Quanto può costare oggi una t-shirt? Ovviamente la risposta dipende da tanti fattori (la marca, il tessuto con cui è realizzata, a chi è destinata, etc.) ma se pensiamo alle grandi catene di moda low cost, alle bancarelle dei mercati o a ciò che possiamo trovare nei tanti negozi sappiamo che una semplice maglietta può costarci anche meno di 5 €.

Certo, in questo caso non ci si aspetta né che la t-shirt sia di qualità né che duri a lungo: con un prezzo così basso non ci preoccupa utilizzarla solo per qualche mese e poi, se dovesse rovinarsi, donarla o addirittura buttarla.

Dietro a capi d’abbigliamento super economici però c’è una dura realtà: com’è possibile che una maglietta confezionata con cotone coltivato magari negli USA, prodotta in un Paese asiatico, rispedita in Europa, mandata contemporaneamente a migliaia di negozi diversi (con i conseguenti invenduti tipicamente destinati al macero) costi solo una manciata di spiccioli?

Per offrire prezzi così stracciati è necessario tagliare tutta una serie di costi: se da una parte di certo viene sacrificata la qualità del capo d’abbigliamento, dall’altra anche i salari dei lavoratori tessili dei Paesi in via di sviluppo (e le condizioni in cui lavorano) sono ridotti al minimo, creando un circolo vizioso nel quale i lavoratori tessili sono destinati a una vita di povertà e sfruttamento che, purtroppo, spesso rappresenta per loro l’unica alternativa possibile (o, addirittura, quella migliore).

Lavoratori tessili nei Paesi in via di sviluppo

L’industria tessile è fondamentale per l’economia dei Paesi in via di Sviluppo: il Bangladesh, per esempio, è il secondo esportatore di capi d’abbigliamento del mondo, seguito da Vietnam, India e Turchia (mentre in prima posizione troviamo la Cina).

Il fiorire di questo settore industriale in Paesi che hanno come obiettivo quello di crescere e aumentare la loro stabilità economica è senza dubbio un bene, soprattutto se pensiamo che la maggior parte della manodopera tessile è costituito da donne (in Bangladesh sono l’80%) : per loro lavorare rappresenta la possibilità di emanciparsi in zone del mondo dove molto spesso il ruolo femminile è legato esclusivamente alla cura della casa e dei figli.

Questa però è solo una faccia della medaglia; l’altra – ben meno ottimista – vede i lavoratori tessili dei Paesi in via di sviluppo dover fare i conti con orari di lavoro estenuanti, condizioni lavorative infime, salari da fame senza contratti, sindacati o tutele: è questo il prezzo che la manodopera tessile deve pagare per poter produrre capi d’abbigliamento low cost.

La richiesta di vestiti sempre più economici da parte delle case di moda, infatti, porta i responsabili degli stabilimenti tessili a ridurre ulteriormente il salario dei lavoratori; sanno infatti che se dovessero negarsi i brand andrebbero altrove, da chi è disposto a lavorare per meno; non potendo permettersi di perdere clienti, si adeguano alle nuove condizioni che contribuiscono a peggiorare la già infima situazione dei lavoratori.

Industria tessile e sweatshop

In un nostro precedente articolo avevamo già menzionato gli “sweatshop”: si tratta di stabilimenti tessili dove la manodopera è costretta a passare diverse ore in condizioni pessime (sovraffollamento in strutture pericolanti, senza protezioni adeguate nonostante l’esposizione ad agenti tossici o chimici) e con salari da fame.

Avevamo già fatto l’esempio del Rana Plaza, uno sweatshop di otto piani in Bangladesh che è crollato nell’aprile del 2013 causando 1.129 vittime tra gli operai tessili che vi lavoravano; l’edificio presentava crepe visibili ed era stato intimato ai lavoratori di non tornarvici più per motivi di sicurezza, questo avvertimento fu però ignorato dai proprietari delle fabbriche tessili che obbligarono gli operai a tornarci poche ore prima del crollo.

Ma le strutture pericolanti in cui sono costretti a lavorare gli operai tessili non sono l’unica minaccia per la loro salute fisica: spesso l’uso di macchinari potenzialmente pericolosi e di sostanze chimiche o tossiche avviene senza l’uso di protezioni adeguate (guanti, occhiali, mascherine, grembiuli) provocando una serie di problemi di salute come patologie muscolo-scheletriche, malattie cardiovascolari, respiratorie, gastrointestinali, ginecologiche, visive e anche nutrizionali.

Condizioni di lavoro pessime e rischi per la salute in cambio di un salario irrisorio: lo stipendio di un lavoratore tessile del Bangladesh è di circa 29 € al mese, mentre il salario minimo per una vita dignitosa (casa, lavoro, istruzione) si aggira attorno ai 50 € al mese.

Com’è possibile che i lavoratori tessili vengano lasciati lavorare in queste condizioni? Spesso i Governi dei Paesi in cui si trovano gli sweatshop sono consapevoli della situazione ma di frequente chiudono un occhio e, anzi, si rendono complici di questi sfruttamenti.

Il degrado in cui sono obbligati a lavorare gli operai tessili e la mancanza di qualsiasi tipo di contratto, tutela o sindacato hanno spesso portato a forti manifestazioni e proteste della manodopera tessile che, molte volte, hanno visto un intervento violento delle forze dell’ordine.

Industria tessile e lavoro minorile

Quando anche i diritti più elementari dei lavoratori vengono calpestati, soprattutto se ciò avviene in aree particolarmente povere nelle quali la necessità di lavorare per sopravvivere è pressante, subentra anche il problema del lavoro minorile.

I bambini negli sweatshop possono lavorare fino a 45 ore a settimana, spesso per volontà dei genitori che li mandano nelle fabbriche tessili per far fronte a situazioni di povertà estrema.

Gli sweatshop sono ambienti terribili ma spesso, sia per i bambini che per gli adulti, rappresentano l’alternativa migliore: è più sicuro lavorare in uno sweatshop che essere un contadino o, per una bambina, praticare la prostituzione.

Questa triste realtà non vuole in nessun modo “giustificare” le condizioni che chi lavora negli sweatshop deve sopportare ogni giorno: è però il chiaro segnale di un problema molto più grande di ciò che appare, poiché non basterebbe la chiusura degli sweatshop per migliorare la situazione della manodopera tessile (anzi, la chiusura di uno di questi stabilimenti senza mettere in atto ammortizzatori ed altri interventi finalizzati ad assicurare il benessere delle persone che prima lavoravano in quello sweatshop può essere per loro una vera tragedia).

Sul lavoro minorile è disponibile il documentario del 2018 “The Price of Free” nel quale viene raccontata la vita del vincitore del Premio Nobel per la Pace Kailash Satyarthi e del suo impegno come attivista per i diritti dei bambini: è lui il fondatore dell’associazione Bachpan Bachao Andolan (Save Childhood Movement) che, al momento in cui scriviamo, ha salvato oltre 88.000 bambini da schiavitù e sfruttamento.

The Price of Free” è disponibile interamente su YouTube.

L’obiettivo: una moda socialmente sostenibile

Spesso quando si parla dell’impatto dell’industria della moda si pensa a quello ambientale: tuttavia, come abbiamo visto, il modello attuale comporta conseguenze negative che riguardano anche la sfera sociale.

Basta non acquistare capi d’abbigliamento prodotti nei Paesi in via di sviluppo per non essere “complici” dello sfruttamente di cui abbiamo parlato?

In realtà non c’è bisogno di andare lontano per trovare condizioni lavorative degradanti nel settore tessile: lo sfruttamento della manodopera che confeziona l’abbigliamento è un problema che, purtroppo, tocca da vicino anche la produzione che avviene in Italia.

Dall’altra parte, non tutti gli stabilimenti tessili nei Paesi in via di sviluppo sono sweatshop: alcuni brand partecipano a programmi che garantiscono condizioni di lavoro migliori, tutele e comunicazione con i lavoratori ma, anche per questi brand, il controllo dell’intera filiera è estremamente complesso; devono infatti assicurarsi che i lavoratori vengano tutelati non solo dai fornitori diretti, ma anche dai fornitori dei fornitori e via dicendo.

Conoscere i fornitori oltre il terzo “livello”, ovvero avere la consapevolezza di chi c’è dietro i fornitori dei fornitori dei fornitori, risulta purtroppo molto difficile.

Ci sono però esempi molto virtuosi di trasparenza relativa alla filiera, da piccoli brand come Zerobarracento e Teeshare a brand più grandi come Patagonia: la trasparenza, quindi, non è solo necessaria ma anche possibile!

In ogni caso, la nascita di certificazioni e associazioni per la difesa della manodopera tessile è la dimostrazione che i brand e le istituzioni stanno ponendo sempre maggiore attenzione al problema dello sfruttamento nell’industria dell’abbigliamento: può succedere però che certificazioni o regolamenti vengano stabiliti “sulla carta” a dimostrazione di un ipotetico impegno che però – nella realtà dei fatti e a causa (tra le altre cose) della mancanza di controlli reali – non viene effettivamente rispettato.

Bisogna quindi assicurarsi che tutto ciò che viene dichiarato corrisponda in effetti al vero, un lavoro per niente facile.

Quando diciamo che un giorno tutta la moda sarà sostenibile, quindi, il nostro obiettivo è anche una moda etica, che rispetti il lavoro e la dignità delle persone che la rendono materialmente possibile, che sia promotrice di ricchezza sociale e non di sfruttamento.

Si può fare meglio? Sì, ma bisogna mettercisi d’impegno.

Il primo passo, senza dubbio, è documentarsi e sapere: solo in questo modo è possibile prendere decisioni consapevoli che facciano la differenza per tante, tantissime persone in tutto il mondo.

Per chi volesse approfondire questo argomento e documentarsi sulla condizione dell’industria tessile nei Paesi in via di sviluppo consigliamo il documentario “The True Cost” che, in Italia, è disponibile anche su Netflix!

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