L’industria della moda ha un impatto enorme a livello ambientale: secondo il report “Pulse of the Fashion Industry 2017”, solo nel 2015 l’industria tessile e della moda a livello mondiale sono state responsabili di:

Le stime attuali prevedono che se la situazione non dovesse cambiare queste cifre potrebbero aumentare fino del 50% da qui al 2030; anche l’edizione 2018 di “Pulse of the Fashion Industry mette in evidenzia la necessità di un cambiamento radicale rispetto al modello attuale per poter risolvere la situazione prima che sia troppo tardi.

Anche l’uso delle materie prime ha un grande impatto ambientale: dal report “Mapping clothing impacts in Europe: the environmental cost” emerge che il 43% delle fibre usate per realizzare i vestiti utilizzati all’interno dell’UE è cotone, un materiale che ha bisogno di quantità ingenti di terreno, acqua, fertilizzanti e pesticidi per essere coltivato.

La produzione di capi d’abbigliamento, poi, richiede l’utilizzo di diversi prodotti chimici per trattare i tessuti: a questo scopo ne vengono impiegati oltre 3.500 tipi e di questi sono oltre 350 quelli che l’Unione Europea classifica come dannosi per la salute umana o per l’ambiente.

Inoltre, di tutti i vestiti dismessi, solo l’1% viene effettivamente riciclato per produrre nuovi capi d’abbigliamento.

Fino ad ora abbiamo fatto solo alcuni esempi per dare l’idea dell’impatto che l’industria della moda ha a livello ambientale; le conseguenze negative, però, si estendono anche al sociale: per poter offrire ai consumatori capi d’abbigliamento sempre più economici e sempre più in fretta, la produzione si sposta nei Paesi in via di sviluppo (come Bangladesh o Cambogia), dove gli operai del settore tessile sono costretti a lavorare in condizioni di degrado nei cosiddetti “sweatshop”.

Il salario di un lavoratore tessile del Bangladesh è di circa 29 € al mese, mentre il salario minimo per una vita dignitosa (casa, lavoro, istruzione) si aggira attorno ai 50 € al mese; il salario troppo basso e la mancanza dei diritti fondamentali dei lavoratori non sono gli unici problemi per coloro che lavoro negli sweatshop che spesso rischiano la propria vita lavorando in strutture sovraffollate, pericolanti e senza le minime garanzie di sicurezza, situazioni che possono sfociare in tragedie come quella del Rana Plaza, uno sweatshop del Bangladesh crollato nel 2013 causando 1.129 vittime (tutte lavoratrici tessili).

Non c’è comunque bisogno di andare troppo lontano: anche in Italia la manodopera del settore tessile (si tratta soprattutto di stranieri) viene sfruttata con salari da fame, in assenza di contratti e di diritti.

Questi sono solo alcuni esempi che ci fanno capire come – al momento – la moda non sia sostenibile né in termini ambientali, né in termini etici.

Per fortuna, qualcosa si sta muovendo nella direzione giusta: ogni giorno nascono nuovi brand che fanno della sostenibilità il loro tratto distintivo, puntando a offrire abbigliamento di qualità nel pieno rispetto di determinati standard sociali e ambientali.

Anche dai grandi marchi arrivano i primi segni di cambiamento: dai brand che decidono di non utilizzare più pelle e pellicce a quelli che producono scarpe o capi d’abbigliamento utilizzando esclusivamente materiali di recupero, è chiaro che anche i big della moda stanno cercando di fare la loro parte.

Anche i consumatori, però, hanno un ruolo fondamentale in questa equazione: sempre di più le persone nel loro quotidiano si impegnano per fare scelte consapevoli cercando – per esempio – di diminuire l’uso di plastica usa e getta, di minimizzare il consumo di prodotti di origine animale o, appunto, di scegliere alternative più sostenibili per quanto riguarda i capi di abbigliamento.

Cikis nasce proprio per aiutare le persone a trovare e conoscere i brand di cui si possono fidare: per questo mappiamo l’impatto dei marchi di moda in tutto il ciclo di vita delle loro collezioni (dalle fibre utilizzate per i tessuti al packaging, dalle tecniche produttive al modello distributivo e molto altro) in base al loro impatto ambientale e sociale in modo che i consumatori possano fare scelte informate, senza rinunciare allo stile e alla componente estetica.

I nostri obiettivi principali sono:

  • informare i consumatori riguardo all’impatto negativo dell’industria della moda attuale per promuovere un modello di shopping più rispettoso e consapevole
  • dotare i brand più virtuosi di un passaporto di sostenibilità come riconoscimento del loro impegno
  • fornire ai marchi di moda servizi di consulenza per accelerare il loro percorso verso la sostenibilità

Più avanti è inoltre prevista l’integrazione di un ecommerce sul sito in modo tale da poter dare la possibilità a chi lo desidera di comprare direttamente dal nostro sito i capi dei brand che più si impegnano per offrire una moda sostenibile.

Pensiamo che la moda debba essere rispettosa del Pianeta e di tutti coloro che lavorano in questa industria: siamo convinti che un giorno tutta la moda sarà necessariamente sostenibile, solo raggiungendo questo obiettivo sarà possibile salvaguardare il futuro della Terra e di chi la abiterà.

E’ un obiettivo ambizioso che, di certo, richiederà molto tempo e anche molto impegno, sia da parte dei brand di moda sia da parte dei consumatori: vuoi aiutarci a raggiungerlo?

Siamo all’inizio di questa avventura e ci farebbe piacere averti con noi fin da subito: iscriviti alla nostra newsletter per restare al passo sulle novità nel campo della moda sostenibile e per seguire da vicino le novità che presto introdurremo sul nostro sito!

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