E’ capitato a tutti: dopo essere andati a fare shopping ci rendiamo conto di dover fare posto nell’armadio; a questo punto scegliamo dal nostro guardaroba i vestiti che non ci piacciono più o che quasi non mettiamo, per poi – generalmente – fare una tra le seguenti cose:

  • regalarli ad amici o familiari
  • donarli ad amici e/o conoscenti in difficoltà (magari in situazioni economiche precarie)
  • venderli attraverso negozi, siti o app per vestiti di seconda mano
  • donarli a ONG o associazioni benefiche

Se da una parte disfarsi di vestiti (magari appena comprati; secondo un report di McKinsey, infatti, ci sbarazziamo di oltre la metà della fast fashion che compriamo entro un anno dal momento dell’acquisto) può farci sentire in colpa, dall’altro farlo sapendo che saranno donati a persone in difficoltà può senz’altro tranquillizzare la nostra coscienza.

Donare i vestiti usati è sempre una buona azione? Se li regaliamo personalmente a qualcuno che sappiamo averne la necessità è senza dubbio un gesto utile; anche l’intenzione di donarli ai Paesi del Terzo Mondo attraverso ONG o associazioni è da premiare ma – purtroppo – il business dei vestiti usati nei Paesi più poveri ha anche conseguenze negative alle quali, spesso, non si pensa.

L’Africa e il “problema” dei vestiti usati

Circa il 70% dei vestiti donati da USA e Europa finisce in Africa: stiamo parlando di milioni di tonnellate di vestiti! Per essere esatti – infatti – solo nei primi 9 mesi del 2018 solo lo stato del Kenya ha importato 134.000 tonnellate di vestiti usati.

Cosa succede a un territorio che riceve in continuazione tonnellate e tonnellate di vestiti di seconda mano dall’estero? Una delle conseguenze negative di questo modello economico riguarda le industrie tessili di quel territorio: non saranno mai in grado di svilupparsi e offrire posti di lavoro poiché i prodotti nuovi realizzati in loco risulteranno sempre più costosi (e quindi meno appetibili, soprattutto per un pubblico che ha limitate disponibilità economiche) dei vestiti di seconda mano importati dall’estero.

E’ proprio per questo motivo che, già nel 2015, i sei membri dell’East Africa Community (EAC – Kenya, Tanzania, Uganda, Burundi, Ruanda e Sud Sudan) stabilirono il divieto di importare abiti usati dall’estero, con l’obiettivo di poter incentivare e promuovere l’economia locale.

Gli USA e il business dei vestiti usati esportati in Africa

Questo divieto, la cui entrata in vigore era prevista per l’1 gennaio 2019, non passò mai ad essere effettivo: la causa è da cercare nelle pressioni del governo statunitense che arrivò a minacciare i Paesi dell’EAC di ritirare gli aiuti previsti dall’African Growth and Opportunity Act (“Atto di crescita e opportunità per l’Africa”) grazie ai quali 30 stati africani possono esportare merci negli USA senza essere soggetti a tassazione.

L’unica misura che fu presa contro l’importazione dei vestiti di seconda mano dall’Occidente, quindi, riguardò una maggiore tassazione che non riuscì però a impedire o diminuire l’afflusso di capi d’abbigliamento dismessi dai cittadini di Stati Uniti ed Europa.

Perché gli USA avevano e continuano ad avere interesse nell’esportare i loro vestiti usati? Secondo alcune stime, se il divieto degli Stati dell’EAC fosse entrato in vigore, ci sarebbero state ripercussioni negative su 40.000 posti di lavoro privati e 150.000 posti di lavoro legati ad associazioni no profit negli Stati Uniti senza contare che un solo anno di esportazione di abbigliamento di seconda mano in Africa frutta al Nord America circa 124 milioni di dollari.

Divieto di importare i vestiti in Africa: soluzione o problema?

Se il divieto fosse effettivamente entrato in vigore sarebbe bastato per risollevare le sorti dell’industria tessile dei Paesi africani, permettendo loro di tornare alla situazione degli anni ‘70 e ‘80 quando il settore tessile in queste zone era fiorente?

Nel 2015, anno in cui i Paesi dell’AEC decisero di applicare il divieto, si discusse molto sull’effettiva efficacia di questa misura: tanti esperti erano d’accordo nell’affermare che una soluzione del genere avrebbe avuto un impatto negativo sull’economia del Paese; gente con poche risorse economiche si sarebbe vista costretta ad acquistare vestiti prodotti localmente a prezzi molto più alti, andando a minare ulteriormente una condizione finanziaria fin troppo precaria.

Rimarrebbe poi irrisolta la questione dei vestiti nuovi prodotti in Cina o in India ed importati in Africa: questi capi d’abbigliamento sono particolarmente economici e la produzione locale non potrebbe tenervi testa; a questo punto i consumatori – pur non avendo a disposizione i vestiti di seconda mano – preferirebbe comunque acquistare i vestiti nuovi provenienti da India o Cina che – rispetto a quelli Made in Africa – avrebbero un prezzo finale inferiore.

Infine, se da una parte è certo vero che il business dei vestiti di seconda mano toglie posti di lavoro che potrebbero essere impiegati nel settore tessile locale, è anche vero che ne impiega altrettanti: sono molti infatti coloro che si guadagnano da vivere gestendo i vestiti usati che arrivano dall’Occidente.

Vestiti donati e crimine organizzato: la mafia dei “cassonetti gialli”

La gestione dei vestiti di seconda mano che vengono donati attraverso i “cassonetti gialli” ubicati nelle strade della maggior parte delle città italiane rappresenta anche un business molto lucrativo per il crimine organizzato.

Nel 2017 L’Espresso pubblicò un’inchiesta che riguardava il rapporto tra le associazioni mafiose e gli abiti donati dagli italiani e dai cittadini del Nord Europa: questi vengono portati in Tunisia e – successivamente – sulle bancarelle dei mercati africani, producendo un giro d’affari che vale diversi milioni di euro all’anno.

Di nuovo, quindi, la donazione di abiti usati (che generalmente viene fatta con tutte le buone intenzioni) ha risvolti negativi di cui – la maggior parte delle volte – non siamo minimamente a conoscenza.

Come fare la differenza?

La situazione dei vestiti di seconda mano in Africa è complessa e per risolverla sarebbe necessario un intervento su più fronti (economico, sociale, governativo, etc.).

Noi, in qualità di consumatori, come possiamo contribuire per fare la differenza?

Prima di tutto diventando più consapevoli: capendo che i ritmi della fast fashion non sono sostenibili (secondo Fashion United UK la vita utile di un capo d’abbigliamento di fast fashion è di solo 7 anni a causa della bassa qualità dei tessuti e dei processi produttivi) né a livello ambientale né sociale, e che le conseguenze negative di questo modello di consumo si fanno sentire anche quando ci sbarazziamo dei vestiti pensando, magari, di fare del bene.

Per diminuire i capi di abbigliamento in circolo possiamo comprare meno ma meglio, scegliendo brand sostenibili: presto su Cikis saranno disponibili i passaporti di sostenibilità delle varie marche di moda, in modo tale da aiutare chi compra a conoscere l’impatto ambientale e sociale di un determinato brand.

Acquistare moda sostenibile aiuta anche l’economia circolare (di cui avevamo parlato nell’approfondimento dedicato alla Fondazione Ellen MacArthur): se doniamo i nostri vestiti sostenibili rimettiamo in circolo capi d’abbigliamento prodotti con materiali sicuri, che non rappresentano un pericolo per l’ambiente o per coloro che li indossano.

Per chi volesse approfondire il tema dell’impatto dei vestiti usati nei Paesi africani, ecco “The Impact of Second Hand Clothes and Shoes in East Africa”, un interessante report pubblicato dall’organizzazione senza scopo di lucro CUTS International.

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