Usciamo di casa, ci rechiamo nel negozio di abbigliamento più vicino (magari in uno dei tanti centri commerciali nelle vicinanze), acquistiamo una maglietta e torniamo a casa; il “viaggio” del capo d’abbigliamento che dal negozio è passato a trovare un posto nel nostro armadio sembra essere piuttosto corto ma, molto spesso, la realtà è parecchio diversa.

Di solito quando andiamo a comprare un capo d’abbigliamento non ci chiediamo quanta strada abbia fatto prima di arrivare nel negozio presso il quale lo acquistiamo.

Proviamo a pensarci e a tracciare l’ipotetico viaggio percorso da una t-shirt: se è in cotone, probabilmente il viaggio inizia in Cina o negli Stati Uniti (rispettivamente il primo e secondo maggior esportatore di cotone al mondo); la fibra, quindi, dagli USA deve raggiungere uno dei Paesi in cui avviene la produzione di abbigliamento e che, tipicamente, si trova in Asia (Bangladesh, Cina, Cambogia…).

Da lì le t-shirt finite verranno inviate a un certo numero di depositi sparsi in giro per il mondo per essere poi spedite in vari negozi (fisici e online) da cui sarà possibile comprarle.

Tanta strada per una maglietta, giusto?

La distanza percorsa da un capo d’abbigliamento è di fondamentale importanza per determinarne l’impatto ambientale che – di solito – viene indicato attraverso la Carbon Footprint (letteralmente “impronta di carbonio”).

Cos’è la Carbon Footprint?

Si definisce Carbon Footprint il totale dei gas serra emessi direttamente o indirettamente da un individuo, un’organizzazione, un evento o un prodotto.

Per quanto riguarda l’abbigliamento (prodotto) la Carbon Footprint è quindi l’emissione dei gas serra durante tutto il ciclo di vita di quel prodotto: dalla raccolta delle fibre tessili passando per la produzione e la distribuzione per terminare con l’uso e il fine vita.

Misurare la Carbon Footprint è importante perché permette di identificare la quantità di gas serra introdotti nell’atmosfera come risultato di qualsiasi attività umana e, in questo modo, cercare metodi per ridurre l’emissione di questi gas.

Trasporto e Carbon Footprint

Un report di Systain Consulting calcola le emissioni di C02 di una maglietta a maniche lunghe, 100% cotone, bianca, taglia 40-42 (peso 220 grammi) dalla coltivazione del cotone utilizzato per fabbricarla allo suo smaltimento (fine vita).

Prima abbiamo parlato della distanza che un vestito percorre per arrivare nei negozi; in questo esempio la maglietta viene trasportata dall’Asia all’Europa via mare generando 290 grammi di CO2.

Se ci sembrano tanti pensiamo che il trasporto aereo ha un impatto di oltre 10 volte superiore per l’ambiente: parliamo di 4 kg di CO2 emessa per lo stesso viaggio!

E’ interessante notare come cambia la Carbon Footprint se il trasporto avviene via mare o via aereo: anche qui, però, ci possono essere differenze significative all’interno della stessa modalità di trasporto.

Pensiamo a una nave che viaggia al 10% del suo carico per poter far arrivare il più velocemente possibile i prodotti nei negozi e a una nave che, prima di salpare, aspetta il tempo necessario per essere carica al 100% e quindi fare meno viaggi: il mezzo di trasporto è lo stesso, ma la Carboon Footprint dei vestiti trasportati sarà enormemente più bassa nel secondo caso.

Oppure, magari, il trasporto avviene via aereo (quindi generando una Carbon Footprint più alta) ma l’azienda che produce quei vestiti è attenta ad azzerare l’impatto del trasporto, compensa le sue emissioni di anidride carbonica con l’acquisto di crediti il cui valore nasce da azioni virtuose per l’ambiente, tra cui ad esempio la piantumazione di alberi. La compensazione CO2 (Carbon Offset) è una risorsa molto importante che approfondiremo in un post dedicato!

E’ molto difficile quindi, senza avere tutte le informazioni in nostro possesso, capire che impatto può avere il trasporto di un capo di abbigliamento: come idea generale, però, possiamo dire che (la maggior parte delle volte) meno strada equivale a una Carbon Footprint minore.

Moda a km zero

Il concetto di moda a chilometro zero nasce proprio per cercare di ridurre l’impronta di carbonio causata dalla moda: moda a chilometro 0 significa acquistare i capi d’abbigliamento confezionati nel Paese nel quale vengono venduti (quindi in Italia acquistare capi confezionati in italia, in Spagna acquistare capi confezionati in Spagna e così via).

E’ sempre possibile scegliere moda a km zero?

A volte possiamo trovare delle difficoltà se vogliamo che un capo – a partire dalle materie prime che lo compongono – sia interamente prodotto nel Paese dove abitiamo.

Prendiamo il caso dell’Europa, per esempio: in Europa ci sono tre Paesi che producono cotone (Grecia, Spagna, Bulgaria) ma, messi insieme, rappresentano l’1% della produzione globale di questa fibra che viene coltivata soprattutto in Cina, in India e negli Stati Uniti.

Per un italiano, quindi, è praticamente impossibile acquistare moda a km zero se vuole un capo d’abbigliamento in cotone; ma se su questa materia prima abbiamo dei limiti con cui dobbiamo fare i conti (ma che dovrebbe spingerci ad avvalerci di capi realizzati con fibre riciclate) possiamo fare acquisti più consapevoli concentrandoci su altre fasi della produzione.

Moda km zero e Made in Italy

Il marchio “Made in Italy” è visto come simbolo di eccellenza in tutto il mondo: il nostro Paese è globalmente riconosciuto per il prestigio delle sue produzioni artigianali, anche se, chiaramente, non per forza è sempre così.

Bisogna prestare attenzione anche alla definizione tecnica di cosa può fregiarsi dell’essere “Made in Italy”: ci possono essere infatti casi in cui alcune lavorazioni vengono effettuate all’estero, ma nonostante questo è comunque tecnicamente possibile dire che il capo è “Made in Italy”.

La legge numero 55 del 2010 “Disposizioni concernenti la commercializzazione di prodotti tessili, della pelletteria e calzaturieri” dichiara che “possono impiegare l’indicazione «Made in Italy» i prodotti finiti per i quali le fasi di lavorazione hanno avuto luogo prevalentemente nel territorio nazionale e in particolare se almeno due delle fasi di lavorazione per ciascun settore sono state eseguite nel territorio medesimo e se per le rimanenti fasi è verificabile la tracciabilità.”

Per fasi di lavorazione nel settore tessile si intendono la filatura, la tessitura, la nobilitazione e la confezione compiute nel territorio italiano anche utilizzando fibre naturali, artificiali o sintetiche di importazione.

Se tutte queste lavorazioni riuscissero a essere “vicine” fra loro (idealmente all’interno dello stesso stabilimento) la distanza percorsa da un capo d’abbigliamento – e di conseguenza la Carbon Footprint generata – si ridurrebbe notevolmente.

Ancora meglio se i negozi a cui questi capi d’abbigliamento vengono destinati si trovano nelle vicinanze della zona in cui vengono prodotti.

Come comprare moda a chilometro zero?

Acquisire consapevolezza sui processi produttivi di un abito e riuscire a trovare nel mercato proposte “locali” è un processo che richiede impegno, ricerca attiva e la volontà di saperne e capirne di più su questo argomento a volte complesso.

Un modo utile per trovare e conoscere brand locali può essere quello di partecipare a fiere o eventi del territorio prendendosi il tempo necessario per capire meglio dove e come vengono prodotti i capi (magari parlandone direttamente con il produttore).

Alcuni brand, sia grandi che piccoli, ci aiutano in questo processo di scoperta in quanto dichiarano in maniera trasparente la filiera, mentre altri devono migliorare su questo fronte.

Sappiamo che non potrà sempre essere possibile trovare un’offerta di moda a km zero che ci soddisfi al 100% ma anche iniziare con solo qualche capo può fare la differenza.

L’obiettivo di Cikis è quello di mettere in contatto chi è alla ricerca di moda sostenibile con i brand più virtuosi e attenti sia sul fronte ambientale che su quello sociale, aiutando allo stesso tempo quelli che vogliono migliorare su questo fronte a farlo: continuate a seguirci per non perdervi nessuna novità!

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