In un nostro precedente approfondimento abbiamo già parlato del costo sociale della moda: per poter offrire capi d’abbigliamento sempre più economici e a un ritmo sempre più sostenuto i lavoratori tessili dei Paesi in via di sviluppo vivono in condizioni di quasi schiavitù.

La necessità di vestiti sempre alla moda, a poco prezzo e in grado di arrivare velocemente nei negozi è nata con il diffondersi del fenomeno che viene chiamato “fast fashion”.

Cos’è la fast fashion?

Per fast fashion si intende quella moda che prende ispirazione dai trend visti sulle passerelle e che porta in pochissimo tempo vestiti a prezzi stracciati nei negozi.

Le sue origini sono da cercare verso la fine degli anni ‘90: è in questo momento che cominciano a diffondersi capillarmente le prime catene di fast fashion (H&M, Zara, Primark, etc.) e che il modo in cui viene vissuto l’acquisto di nuovi capi d’abbigliamento cambia radicalmente.

Se fino a quel momento si acquistavano vestiti per necessità e lo si faceva in poche occasioni durante l’anno (prima dell’inizio della scuola, cambio stagione, occasioni importanti), ora comprare capi d’abbigliamento passa a essere un divertimento.

I vestiti delle catene di fast fashion seguono la moda del momento e costano pochissimo: sono praticamente pensati per essere indossati solo una manciata di volte senza sentirsi in colpa.

Se prima, infatti, le case di moda lanciavano poche collezioni l’anno (autunno inverno/primavera estate), ora chi produce fast fashion può lanciare fino a 50 collezioni nell’arco dei 12 mesi: ogni poche settimane – 365 giorni l’anno – i vestiti in vendita vengono sostituiti da modelli nuovi.

Questo velocissimo passaggio da una collezione all’altra unito alla disponibilità limitata dei capi per uno stesso modello non fa altro che incentivare gli acquisti impulsivi: compriamo quel vestito perché sappiamo che, se ci pensiamo due volte, dopo pochi giorni potremmo non trovarlo più.

Qual è l’impatto ambientale della fast fashion?

La fast fashion ha un grande impatto ambientale, per tantissimi motivi:

Enormi quantità di vestiti rimesse in circolo in pochissimo tempo

Abbiamo già detto che il prezzo molto basso dei capi d’abbigliamento e l’arrivo di nuove collezioni ogni poche settimane rendono questi vestiti immediatamente obsoleti: vengono indossati solo una manciata di volte per poi essere buttati (andando ad accumularsi nelle discariche) o donati (il che, come abbiamo già spiegato, non sempre è un bene).

Secondo un report di McKinsey oltre la metà della fast fashion che compriamo viene rimessa in circolo entro un anno dal momento dell’acquisto.

Un altro motivo per il quale la fast fashion dura poco nei nostri armadi è la bassa qualità dei materiali con cui vengono confezionati i vestiti (e dei processi produttivi coinvolti): secondo Fashion United UK la vita utile di un capo d’abbigliamento di fast fashion è di soli 7 anni.

Per questo motivo gli abiti si scoloriscono, si scuciono o si rovinano prima del tempo: il loro destino, di nuovo, è finire in discarica o nei paesi africani (ricordiamo che solo l’1% dei vestiti dismessi viene riciclato per produrre nuovi capi d’abbigliamento).

Infine, un altro motivo che porta a dover smaltire tonnellate di capi di vestiario all’anno è rappresentato da tutto ciò che le case di moda non riescono a vendere: la continua produzione di nuove collezioni e di nuovi vestiti fa sì che la mole di invenduto sia enorme; questa merce, che ormai non si può più vendere, finisce inevitabilmente per essere buttata al macero.

Processi produttivi inquinanti e materiali sintetici dannosi

Nel 1856 il chimico inglese WH Perkins scoprì le tinture sintetiche che hanno dato ai capi d’abbigliamento colori più variegati e sgargianti.

Tuttavia il loro uso è dannoso per l’ambiente, gli animali e le persone poiché contengono sostanze nocive come, ad esempio:

  • zolfo
  • aftolo
  • nitrati
  • acido acetico
  • cromo
  • metalli pesanti (rame, arsenico, piombo, cadmio, mercurio, nichel, cobalto)
  • agenti fissanti a base di formaldeide
  • smacchiatori clurorati
  • ammorbidenti a base di idrocarburi
  • agenti chimici non biodegradabili

Queste sostanze vengono disperse nell’ambiente sia durante la produzione dei capi sia nel quotidiano utilizzo dei capi d’abbigliamento che sono stati colorati con questo procedimento.

La crescente domanda di capi d’abbigliamento a poco prezzo ha poi causato un aumento drastico dell’utilizzo di fibre sintetiche, più economiche rispetto a quelle naturali.

La produzione delle fibre sintetiche (le più comuni e utilizzate sono nylon e poliestere) richiede l’uso di grandi quantità di petrolio e causa l’emissione nell’aria di composti organici volatili , particolati sospesi e acidi gassosi come cloruro di idrogeno, in grado di causare e/o peggiorare problemi respiratori.

L’inquinamento dovuto alle fibre sintetiche non interessa solo l’aria: composti organici volatili, solventi e altri sottoprodotti derivati dalla produzione di queste fibre inquinano le acque che fuoriescono dalle fabbriche manifatturiere e che, di conseguenza, passano a contaminare anche altri corsi d’acqua.

Le fibre sintetiche continuano ad avere un impatto negativo sull’ambiente anche dopo essere state prodotte: quando vengono lavate in lavatrice, infatti, queste fibre possono liberare grandissime quantità di microplastiche in grado di danneggiare la vita marina.

Trasporti sempre più veloci

Per fare in modo che i capi d’abbigliamento arrivino in maniera rapida ai punti vendita è necessario velocizzare non solo i processi produttivi ma anche i trasporti.

Quanto ci mette la fast fashion ad arrivare nei negozi?

Prendiamo l’esempio di Zara: i vestiti prodotti in giro per il mondo vengono poi rimandati al centro di distribuzione in Spagna per i controlli finali; da qui vengono poi spediti ai vari punti vendita in giro per il mondo.

Per quanto riguarda l’Europa il trasporto avviene in treno e permette ai vestiti di raggiungere il punto vendita in 24/36 ore; per l’invio al resto del mondo, invece, viene utilizzato l’aereo e i tempi si “allungano” fino a 48 ore.

L’aereo è uno dei mezzi di trasporto più utilizzati per il trasporto dei vestiti, in modo tale da accorciare i tempi d’attesa: l’impatto ambientale dell’abbigliamento che raggiunge i negozi per via aerea però è molto maggiore, ricordiamo l’esempio di una maglietta di cotone bianco che – se trasportata in aereo – produce 4 kg di CO2 ma che, se venisse trasportata via mare, ne genererebbe solo 290 grammi.

Come riconoscere un brand di fast fashion?

Ci sono un insieme di caratteristiche che ci possono far capire di essere davanti a un brand di fast fashion; quelle principali sono:

  • prezzi molto economici
  • bassa qualità dei materiali utilizzati
  • produzione nei Paesi in via di sviluppo (si legge sull’etichetta: Cambogia, Bangladesh, Vietnam, etc.)
  • centinaia di stili diversi allo stesso momento nello stesso negozio
  • poca disponibilità dello stesso modello
  • tantissime collezioni che si susseguono tutto l’anno a breve distanza

Quali sono i principali brand di fast fashion?

I più conosciuti e i più diffusi (ma certamente non gli unici) sono:

  • H&M
  • Zara
  • Bershka
  • Gap
  • Forever 21
  • Massimo Dutti
  • Mango
  • Oysho
  • Primark
  • Pull & bear
  • TopShop
  • Stradivarius

La situazione nel 2019

Sebbene la fast fashion rappresenti ancora un fetta importante dell’attuale industria della moda, il suo trend di crescita sembra aver rallentato negli ultimi mesi: i millenial e i Gen Z sono sempre più attenti all’etica e alla salvaguardia dell’ambiente nelle loro scelte quotidiane, vestiti compresi.

Anche da parte dei brand qualche segnale positivo sta arrivando: Inditex (a cui fanno capo Zara, Bershka, Pull & bear, Stradivarius, Oysho e Massimo Dutti), per esempio, si è impegnata nel progetto Closing the loop il cui obiettivo è quello di non mandare più vestiti o scarti tessili proveniente dai loro stabilimenti di produzione nelle discariche entro il 2020, promuovendo quindi un’economia di tipo circolare.

Anche H&M nel suo report “Sustainability 2018” parla di alcuni traguardi già raggiunti (11% in meno di CO2 emessa dai processi produttivi rispetto all’anno precedente, 57% dei materiali usati sono riciclati o prevengono da fonti sostenibili) e di altri da raggiungere nel futuro (l’uso del 100% di cotone riciclato o proveniente da coltivazioni sostenibili entro il 2020).

I primi timidi segnali di cambiamento ci sono ma si tratta di un processo lento e complesso.

La fast fashion potrà mai essere etica?

La tecnologia potrebbe aiutare la fast fashion nel suo percorso di sostenibilità su tantissimi fronti: dall’efficientamento degli impianti produttivi al trasporto a molti altri aspetti la tecnologia sta già facendo molto.

Pensiamo però al modello stesso di fast fashion: serve l’interesse di un acquirente che vuole essere sempre alla moda e quindi comprare dei capi di abbigliamento non per necessità ma per piacere.

Anche ipotizzando la massima riciclabilità dei capi e un’attenzione estrema da parte di tutti nel ridurre l’impatto ambientale, per una mera questione numerica le abitudini di acquisto associate al fast fashion hanno un impatto maggiore rispetto a chi acquista un quantitativo inferiore di capi di abbigliamento.

Per questo, se da un lato le aziende del fast fashion possono e devono investire nella sostenibilità, dall’altro noi consumatori abbiamo un grande potere: quello di dire no all’acquisto continuo.

Partecipate con noi di Cikis al #30wearschallenge: prima di acquistare un capo chiediamoci se lo useremo almeno 30 volte.

Il riutilizzo dei vestiti è ormai stato sdoganato, anche durante occasioni importanti: in questo divertente articolo potete scoprire tante star che riutilizzano con stile.

Un’altra opzione è quella di affittare gli abiti o di prestarseli tra amici; noi consumatori non siamo personaggi passivi ma abbiamo l’enorme potere di scegliere: dobbiamo solo avere il coraggio di fare scelte migliori!

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